Ta-Dah!
Capita che Astrothumb, dopo tanto peregrinare, sia finito in forma di strisce sulla rivista Comicsweb, scaricabile in pdf (qui) dal sito di Comicout.
Non solo, nel blog della rivista si possono persino votare i fumetti preferiti del numero 4 (che poi in realtà è il 5). Ecco il link per votare.
Buona lettura e grazie a Laura Scarpa e Andrea Leggeri.
- Tutto qui.
- Come sarebbe a dire tutto qui?
- Lo dice sempre lui tutto qui - interviene la comparsa.
- Si vabbé ma stiamo parlando, se mi dice tutto qui sembra che voglia dire che non c’è nulla da aggiungere. Che non gli interessa sapere come la penso io, che possiede la verità assoluta.
- Infatti, non ho nulla da aggiungere. Tutto qui.
- Ma tutto qui tua sorella.
E con un balzo gli salta alla gola e tenta di morderlo, trattenuto dalla comparsa, mentre i tre che se ne stavano sotto il trespolo dell’ipocondriaco adesso guardano la scena che volge alla fine affacciati a una finestra con vista mare.
Una stanza di nove metri quadrati. Una sera.
Sono in tre qua sotto a produrre atmosfera. Lui è seduto sullo sgabello più alto, un seggiolone da arbitro di tennis. Se ne sta là in cima per creare un distacco, lui è l’attore, gli altri il pubblico. A lui basta racimolare un’ipotesi di ascolto, non ha importanza chi siano questi tre, servono solo per aspirare ossigeno e viziare l’aria. Al loro posto potrebbero starci tre maiali. Difficile far salire tre maiali, quinto piano senza ascensore e rampa finale con scalini molto stretti.
Quando l’anidride carbonica raggiunge la concentrazione che a lui pare sufficiente per iniziare, lui inizia.
Inizia.
- Sono malato, questa volta sono malato per davvero, mi devo fare operare ai reni, Porco.
Il suo rapporto con Dio è esclusivamente invano.
- Lo sapevo che finiva così. Ma è colpa mia, è colpa mia. Eccomi servito.
Nessuno gli chiede perché sia colpa sua, si aprirebbe una digressione infinita, letale, Interviene T per primo, con cautela, mentre il suo sguardo si posa per un brevissimo istante dalle mie parti.
- Ma non ci sono alternative all’operazione?
I tre alle pendici del trespolo, costretti a guardarlo dal basso verso l’alto, mentre adesso i suoi occhi fissano una trave dipinta di bianco.
- No. Nessuna alternativa, mi operano, lo so, mi operano. E visto come sto chissà se mi risveglierò, l’anestesia è totale, Porco – si gratta dietro l’orecchio, poi cambia tono, lo fa sempre al culmine di un piagnisteo – Dovrei ridipingere la trave secondo voi? Il bianco forse mi ha stufato.
M casca nel tranello, è pronto a rispondere, a rischiare la deriva. Da buon impresario edile in meno di un secondo ha: puntato la trave, fiutato un lucro, calcolato le spese per materiali e manodopera, scorporato l’IVA e considerato l’INAIL.
Ha la bocca aperta con la cifra sui denti quando D blocca il preventivo con un calcio e prende la parola.
- Il medico non ti ha proposto una cura? Delle medicine? Hai sentito altri pareri?
- Non ci sono andato – X alza la voce – Non sono andato dal medico, ci vado domani.
Pausa, silenzio.
I tre adesso hanno problemi con l’atmosfera, la pressione è insostenibile, sono sottovuoto, vittime del gelo e di una reazione instabile, chimico-emotiva. Grufolano, quasi.
Si alzano di scatto. M impreca poi raccoglie una ciabatta di pelle marrone e la lancia oltre il divano. La ciabatta sfiora un Ficus Robusta e per via di una misteriosa corrente ascensionale si dirige verso la porta del balcone, la apre e si butta giù.
Il sottovuoto si sgonfia, la reazione ha compiuto il suo ciclo, i tre si fanno strada tra il ghiaccio secco e con brusche spallate tentano di far precipitare X dallo sgabello.
Il loro è un urlo sincronizzato.
- E chi lo ha detto allora che ti devi operare eh? Chi? Chi?
Lui resiste alla spinta, si puntella al muro, urla.
- Ho male da una settimana. Non c’è più niente da fare. Non c’è più niente da fare.
E la scena si interrompe in attesa di quella che la seguirà.
- Kennedy non è stato ucciso.
Paolo è seduto su una poltrona di pelle bianca.
Fabrizio lo guarda in silenzio, è abituato alle teorie dell’amico e adora sentire i suoi racconti su intelligence e servizi deviati.
- Tumore al pancreas, terminale, due settimane di vita – continua Paolo, poi tira un lungo sospiro e dopo aver preso un tarallo in mano, ricoperto di semi di sesamo, aggrotta la fronte – Perché i semi di sesamo? I taralli si fanno con farina, olio extravergine, sale e semi di finocchio selvatico. Il sesamo no.
Paolo perde spesso il filo, lo perde di proposito, si diverte a infastidire chi lo ascolta, le sue storie durano delle ore, come i film di retequattro. Forse crede che così facendo prendano sostanza, invece si sgonfiano, sono come diluite.
- Un tumore, con il rischio di morire in ospedale. Lui non poteva permettere alla Storia di lasciarlo morire così, in sordina. Non avrebbe neppure accettato di morire di vecchiaia, accasciato su una sedia con la bava alla bocca durante una tavola rotonda tra reduci del Vietnam ed ex-presidenti.
Paolo raccoglie da terra una biglia di vetro, l’aveva posizionata in quel punto proprio per raccoglierla in quel momento, una biglia di sceneggiatura. Fabrizio lo smaschera e tenta di disinnescare il suo diversivo, lo fa con veemenza, ha sete di complotto.
- Kennedy era malato?
- Una biglia gialla e blu vicino a una poltrona bianca. Uhm. Dicevamo? Ah sì, certo, vuoi un tarallo?
Quasi sempre Paolo allestisce un mini teatrino fatto di gesti e mezze parole prima di riprendere il filo del discorso, uno spettacolo penoso, difficile da descrivere, soprattutto perché in quei momenti le persone che lo osservano e che dunque potrebbero testimoniare in proposito vedono la loro lucidità dilaniata dalla voglia di strangolarlo.
Dopo svariati minuti Paolo pronuncia la sua sentenza, fatta di pause più che di parole, una pausa per sillaba.
- Kennedy era malato terminale e non voleva morire come un qualsiasi malato terminale.
Fabrizio rigira una biro blu tra le dita sudaticce. Sorride con le mani ormai piene di inchiostro e pezzetti di vernice. Crede di aver capito e adesso tocca a lui assaporare ogni secondo. Quando gli enigmi si svelano Fabrizio si commuove, le sue conclusioni sono iperboli, le sue parole corrono senza soste.
- Elementare. Il presidente degli Stati Uniti d’America, democratico, un idolo, Marilyn. Non poteva morire nel suo letto. Non poteva nemmeno morire da vigliacco. Non poteva lasciarsi scavare dentro ma nemmeno uccidersi. Kennedy è stato ucciso perché non poteva suicidarsi. Diabolico… – Poi si interrompe, vede il suo castello implodere – Eh, ma come è morto?
- Jacqueline Onassis. Vedi come si butta? – Paolo si è alzato e ha in mano un dossier pieno di fotografie in sequenza, foto fatte a uno schermo televisivo, con il simbolo del nastro in pausa e le righe di disturbo delle videocassette – Si butta sul cofano, si allunga sul cofano capisci? Come per aumentare le probabilità di essere colpita.
Paolo addenta un tarallo più scuro.
- Alle olive? Un tarallo alle olive e – si allunga per recuperare la confezione – olive e pistacchi.
- Pistacchi? – Fabrizio asseconda il divagare di Paolo in modo da creare un cortocircuito che lo riporti sul discorso principale. Funziona.
- Jackie. Parte il colpo. Kennedy butta il capo all’indietro. Chiude gli occhi, Jackie si alza di scatto, e lo supera buttandosi dietro. Vedi? – Paolo sta per chinarsi a terra.
Fabrizio spazza via con un colpo del piede una biglia verde.
- Anche nel momento del panico – prosegue Paolo – o proprio nel momento del panico ci si protegge, ci si abbassa, specialmente dopo uno sparo. Lei invece scavalca Kennedy, ma guarda qui.
Prende una lente rettangolare e ci passa sotto quattro immagini, avanti e indietro, avanti e indietro. Sembra che un oggetto salti via dalla mano di Jacqueline, due immagini mostrano un riflesso, nell’ultima l’oggetto sparisce, fuori dall’auto o chissà dove.
Fabrizio stringe gli occhi, avvicina e allontana la lente ma non capisce.
- Cos’è?
Paolo è talmente eccitato che si dimentica di commentare il tarallo al miele. È ancora l’unico depositario di un incredibile segreto.
- Guarda meglio.
- Un coltello? – Fabrizio sbarra gli occhi. Paolo annuisce stropicciandosi le labbra.
- Jackie. – Paolo si accende una sigaretta, anche se non fuma – Kennedy non poteva farsi divorare dal cancro, non poteva uccidersi, ma non voleva nemmeno che a ucciderlo fosse uno sconosciuto.
- Ma… è il sangue che esce dalla testa? Sul cofano?
Paolo si alza e prende una videocassetta da uno scaffale. Blade Runner. La infila in un vecchio lettore. Harrison Ford cerca di divincolarsi dalla presa di un lavoro in pelle che lo schiaccia contro il cofano di un auto. Sta per soccombere quando un buco in piena fronte fa secco l’androide. Al termine della scena Fabrizio si gira verso Paolo con lo sguardo interrogativo. Paolo riavvolge il nastro e lo riproduce a velocità rallentata, fino allo stacco sul primo piano dell’androide, dove lo mette in pausa.
- Mi scappa – dice Paolo, e si chiude in bagno.
Fabrizio è in compagnia dell’androide, traballante in fermo immagine. Prende in mano il telecomando e muove una rotella, l’androide sbatte le palpebre, Fabrizio la muove di nuovo, di poco, in modo da far avanzare il nastro il più lentamente possibile. Due o tre fotogrammi uguali, un disturbo, un altro fotogramma uguale e infine l’immagine che cambia, improvvisamente, come per un salto temporale. Una variazione brusca che a velocità normale, con il suono dello sparo in sottofondo non si può notare. Sulla fronte dell’androide, prima del salto si nota un rigonfiamento, un bozzo che dopo due fotogrammi è squarciato, un buco sanguinolento.
L’androide è morto. L’attore è vivo.
Si sente uno sparo. Fabrizio si getta a terra, le mani sulla testa. Le fotografie sono cadute e vicino al suo ginocchio c’è Jackie distesa sull’auto. Distesa, non chinata. Le braccia in avanti, non sulla testa. Paolo ride, poi esce dal bagno con un buco in fronte e materia cerebrale nelle mani.
- Hollywood.
Epilogo.
Paolo si siede su una poltrona e mentre l’amico si rialza accende lo stereo.
- Tu lo sai vero che anche George Harrison era già morto negli anni sessanta?
- Quello stronzo si è fatto i soldi, guardalo, guarda guarda che borsa. Era un pezzente, ora va in giro con la borsa.
- Va beh la borsa, che c’entra
- Come che c’entra. La borsa. Va in giro con la borsa quella merda, e noi siamo qui a fare la fame. Ti pare giusto che lui se ne vada in giro con la borsa mentre noi stiamo qui a fare la fame? No, se ti pare giusto mettiamoci d’accordo
- Anche noi possiamo andare in giro con la borsa, poi non mi sembra una borsa di valore, potrebbe essere..
E qui mi interrompe, senza interrompermi. Mi interrompe buttando testa e spalle all’indietro, con quel sorriso che ti verrebbe voglia di spaccargli la faccia. E si porta pure la mano sulla fronte.
- Cos’è sta scena - gli dico seccato, non un po’ seccato, molto seccato, e vorrei darle un calcio, alla sedia su cui si dondola.
- Non è il tipo di borsa, è la borsa. Cosa abbiamo da metterci dentro noi eh?
- Ma io un po’ di cose le avrei
- Tu e io siamo dei falliti, ci hanno fatto fallire quelli come lui. Loro hanno preso quello che noi meritavamo. Loro hanno le borse, noi non possiamo avere le borse
